Da un romanzo edito nel 1898 dall’autore di À rébours e di Là bas, un romanzo denso di conati di conversione a un cattolicesimo ch’è stato giudicato ora mistico, ora estetizzante, un’ardita operazione di rilettura ha fatto cadere le parti narrative. Non è un «libro condensato»; non è nemmeno una proposta antologica. È molto di più e di diverso. È un disvelamento. Cade il sottile velo di Maya d’una finzione letteraria che in fondo poco interessava a Joris-Karl Huysmans, e al di sotto di esso affiora un testo polito e splendente, dotto e improponibile, antistorico magari, almeno quanto può esserlo la rutilante Sainte-Chapelle del Palais de Justice, che domina con la sua guglia ferrea l’area occidentale dell’Ile de la Cité e ch’è una grande falsificazione di Eugène Viollet-le-Duc. Falsità, scenografia, sogno romantico senza i quali la nostra idea di medioevo – che storia e filologia si incaricano della fatica di Sisifo di risistemare e di disincantare di continuo – non sarebbe quella che è; e la nostra Europa, il nostro Occidente, non sarebbero stati (nel bene e nel male), quelli che sono stati. Dal momento che Chartres chiama insistentemente l’Oltreoceano, il sogno neomedievale del monastero del Cloister smontato in Spagna e rimontato su pietra a dominare il corso dello Hudson, e le fantasie reazionarie e libertarie del "bramino" bostoniano Henry Adams, europeo nel sangue dei suoi avi – «il miglior sangue d’America»... – e nel desiderio. La vera storia della cattedrale di Chartres dovremo leggerla altrove. Ma qui, in queste pagine di Joris-Karl Huysmans, c’è qualcosa di più. C’è la "nostra" storia, la storia del nostro essere europei e occidentali, la storia delle nostre radici autentiche e di quelle immaginarie, che magari sono ancora più forti e profonde delle prime.