Quale teatro se non il «Globe», che porta un nome tanto esplicito e significativo, può racchiudere in sé l’idea degli antichi di un luogo cosmico, religioso e magico in cui si dipana l’esistenza dell’uomo? «Il Globe», scrive la Yates, «era un teatro magico, un teatro cosmico, un teatro religioso, un teatro di attori, progettato per dare il più completo sostegno alle voci e ai gesti degli attori mentre recitavano il dramma della vita umana all’interno del «teatro del mondo». Istituendo il collegamento tra il «teatro della memoria» di Fludd e il «Globe» di Shakespeare la Yates ha il merito di avere fornito un’ipotesi affascinante circa le origini del teatro pubblico elisabettiano. Considerare infatti il teatro elisabettiano come il prodotto dell’applicazione delle teorie architettoniche classiche contenute nel trattato De architectura di Vitruvio ha significato in qualche modo andare a rintracciarne le origini nella lontana Italia rinascimentale e neoplatonica piuttosto che nell’Inghilterra di allora, provinciale e arretrata. Indagando infine i diversi punti di contatto tra il disegno del teatro elisabettiano e quello dell’antico teatro vitruviano, ed in particolare i concetti di proporzione e di armonia cosmica, di simmetria e di acustica, emerge chiaramente come attraverso il suono sia possibile percepire la struttura proporzionata del cosmo.