«...alcuni son di mano di Benvenuto Cellini orefice, che vagliono uno stato»: cosi Anton Francesco Doni nel suo Disegno del Doni partito in più ragionamenti, edito nel 1549, fa decantare allo scultore Silvio Cosini alcune medaglie d’argento fatte «a uso camei». La testimonianza è spia preziosa dell’alta considerazione immediata tributata all’opera di Cellini: un indiscutibile prestigio cui si accompagnò anche l’edizione dei suoi Due Trattati e la loro subitanea diffusione, documentata grazie alla presenza di molteplici copie in biblioteche storiche o alle note di possesso su volumi passati sul mercato antiquario, così come edite furono subito anche la sua risposta al quesito di Benedetto Varchi introno alla «maggioranza delle arti» nonché la Disputa infra la Scultura e la Pittura provocata dalla polemica sul catafalco eretto per le esequie di Michelangelo. Cellini enuncia non solo il proprio diritto di cittadinanza tra i letterati, ma addirittura l’esclusiva competenza nella stesura dei trattati in cui ha deciso di cimentarsi, poiché «non stava bene a scriverli né a filosofi, né ad altre sorte di uomini se non quegli che sono della stessa professione» e ne garantisce la novità, visto che «la prima causa» che l’ha mosso a scrivere è stata la consapevolezza di «quanto e’ sia dilettevole agli uomini il sentire qualche cosa di nuovo» e che quelli che lo hanno preceduto non sono stati «tanto animosi al ben dire, sì come e’ sono stati al bene fare pronti». Infine con l’evidente volontà di non limitare il suo trattato ad una sequenza di istruzioni tecniche, dedica l’introduzione a delineare una sintetica quanto densa storia dell’arte orafa del Rinascimento a Firenze, muovendo dall’età di Cosimo il Vecchio.