... solo invece chiudendosi in sé, esasperando il suo stato d’isolamento, riducendo tutta la sua vita ad un unico costante anelito, Jacopone trovava in qualche modo il suo equilibrio, sia pure sublime e vertiginoso. Allora la contemplazione accanita del mistero, muovendo da un senso di paura, che era incapacità di comprendere, ebbrezza del vuoto, meraviglia e stupore, arrivava a quel palpito, che è bisogno, e forse unico mezzo, di conoscere ed afferrare la realtà ignota; palpito, che gli uomini, nelle loro terrene vicende, chiamarono amore, e così anche Jacopone volle chiamarlo, rispetto al suo Dio. Esprimendo questo suo stato, il Tudertino trovò anche la sincerità e la verità della sua poesia... (Natalino Sapegno)