Offrire visibilità al dolore è la finalità inespressa di quasi tutta la pittura occidentale, qui interpretata in funzione di compensazione rispetto a quella latitanza della tradizione speculativa che aveva indotto Simmel ad esclamarne: «È sorprendente quanto poco del dolore degli uomini sia entrato nella loro filosofia». Mentre la filosofia esibisce teodicee, l’arte rende visibile il dolore: è la tesi che orienta questo saggio di filosofia della pittura, corredato di un esplicito e costante attributo tragico. Se la cognizione del dolore appare come l’impensato della filosofia, dovremo ribaltare ancora una volta la profezia hegeliana relativa alla “morte dell’arte”, poiché – a conclusione della tradizione metafisica di pensiero – troveremo proprio l’arte, capace di ovviare alle inadempienze del pensiero filosofico. L’esposizione alla sofferenza decreta così la fine della filosofia, a causa dell’insolvenza di quel secolare logos che offriva argomenti razionali per giustificare il male e il dolore. La pittura rende visibili gli affetti, le passioni e le sensazioni, le forze cioè che agiscono dietro le quinte delle nostre elaborazioni concettuali, compito che l’arte sembra perseguire al di là della sterile contrapposizione tra astratto e figurativo. Da Grünewald a Bacon, da Holbein a Schiele, da Rembrandt a Cézanne, da Pontormo a Giacometti: in questo libro viene analizzata l’opera di quei pittori che hanno saputo penetrare nel midollo del dolore, coloro per i quali sarebbe apparsa inaccettabile l’affermazione di Matisse secondo la quale la pittura dovrebbe restituirci la sensazione di star seduti comodi in poltrona. Non sarà tuttavia difficile individuare in questa esperienza artistica i segni di una grande salute, di una felicità che nasce consapevolmente dal dolore.