Statue funerarie della Grecia Arcaica, i «kouroi» («ragazzi») marciano nel museo di Atene. Dove vanno, verso dove, con quel lieve passo di pietra, con quei sorrisi enigmatici e definitivi? Liberi e potenti d’una giovinezza perpetua, incedono senza meta nel labirinto della morte. E Kouros è il titolo di questa inaudita tragedia in versi di Ludovica Ripa di Meana. Unico erede maschio di due grandi dinastie finanziarie del Norditalia, Ludovico, nel college americano dove studia, scopre di essere omosessuale, e non se lo perdona, perché sa che non sarà perdonato. Rientrato in famiglia, tenta il suicidio, e sanziona nel buio della coscienza la propria inevitabile destituzione battendo in giardini e cessi pubblici. Quando si confessa al padre, quello, umiliato dalla disperazione, si rassegna a «pazzificarlo», affidandolo ai maghi degli psicofarmaci. E mentre la madre, da sempre mortificata dal disamore del marito, lo attrae nell’orbita di una femminilità vendicativa e gregaria, Ludovico sprofonda nelle bianche acque della depressione. Finché il fato non irrompe sulla scena e colpisce. Non lui. Nella sua indecente «scorrettezza», nella sua esibita classicità (i cori, i dialoghi verso contro verso, l’irruenza torrenziale dei monologhi), la tragedia di questo «kouros» contemporaneo, che incede senza meta nel labirinto dell’omosessualità, pronuncia forte, con la temerarietà della poesia, ciò che da sempre il fato ha pronunciato: la colpa di essere nati (che si paga con la morte), l’imperdonabilità di non essere altro che quelli che siamo (che si sconta vivendo).