Figure del mito e bibliche accompagnano i viaggi iniziatici di questi poemetti drammatici e drammaturgici; Roberto Rossi Testa afferma: «Non sono morti i miti / se in ogni luogo smaglia / dal catrame la luce / che non si fissa impuni / e sotto stracci e in zoccoli / e un dio che ambiguo parla». Il poeta mette in scena avventure esistenziali che si trasformano in avventure simboliche (e viceversa); come nelle poesie di Rosita Copioli e di Giuseppe Conte; ma senza le immagini panteistiche di questi; semmai con suggestioni liturgico-rituali tipiche delle quêtes medioevali. Crociati, ulissidi o esploratori orfici, gli «incursori dell’anima» di Rossi Testa hanno una costante visionarietà speculativa; sono coinvolti (tra Kafka e Bergman) in «processi mentali»; nei loro percorsi si confrontano (come chiarisce Paolo Ruffilli nella postfazione di Poca luce) in «idee che generano parole».