Questi quattro monologhi sono proprio monologhi? Vediamo. Ciò esula, è la deposizione in Corte d'Assise d’una povera donna cui il marito ha assassinato l’unico figlio bambino per furore di desiderio: a domanda risponde, ma le domande di magistrati e avvocati non si sentono, e Luciana dialoga con il silenzio della disperazione. E col silenzio, un silenzio punteggiato dall’iterazione d’un rantolo, dialoga Il principe furente: un ragazzo che rinfaccia al padre di avergli inflitto un’educazione narcisisticamente complice, senza ingiunzioni e divieti, senza il coraggio mai di farsi odiare. Il marito di Vlasta è un pingue e anziano fiscalista che, costretto a farsi a piedi cinque piani di scale, dialoga col silenzio di Dio, che ha permesso al cancro di assassinare la sua enorme, amatissima moglie-boema. Teodia, invece, «monologo interrotto», è la tirata teatrale d’un attore che declama le proprie ragioni disponendosi a officiare un sacrificio teologico: consegnare alla morte una figlia in coma irreversibile, interrompendo i sinistri rituali dell’accanimento terapeutico; ma una povera donna e un enigmatico gatto frantumano con l’irruzione della pietà la delirante performance. Tre dialoghi, dunque, ridotti allo scheletro tragico dell’impossibilità del dialogo. e un monologo che fallisce sconfessando la superbia ontologica di giudicare della vita e della mone. Quattro testi in endecasillabi sciolti: l’autrice, che in versi ha scritto tre romanzi e la tragedia Kouros, convinta com’è che «disciplinando ritmicamente un materiale verbale discontinuo, eterogeneo, spesso vile, il verso restituisce alla sua elementare energia di canto l’afona tragicità del quotidiano», persevera nella sua temeraria e affascinante scommessa di produrre un teatro popolare di poesia.