L’Angelo della Storia incede con la testa girata indietro, e indietro non vede che macerie. Noi lo sappiamo. E non possiamo più illuderci: dovunque guardiamo, non vedremo che macerie, la conclamata “morte della Storia” prolifera nella «morte di tutte le storie». La fine degli A canta il crepuscolo di una grande (della più grande) dinastia industriale italiana: la nomenclatura classica non pretende di mascherare l’identità inconfondibile degli A; ma nell’associarla per analogia sghemba a quella degli Atridi, e nell’imporle la scansione inalterabile del verso, la restituisce all’orizzonte del tragico, ne rende umanamente condivisibile l’esclusivissima trama di destini, e la nobilita nell’umiltà del dolore. La prima parte si avvia nell’aura di una vasta veglia funebre, officiata dalla «polis operaia» che canta, piange e spettegola sulla morte del re; la voce discorde del Coro si alterna ai recitativi d’un Messo, che narra con aleatoria sontuosità spezzoni di storia patria intercalati da vicende familiari, lotte sindacali, beghe finanziarie. Ma la Storia non riesce a comporsi nemmeno nella memoria di chi l’ha vissuta: come i rocchi d’un tempio greco che continua a franarci sotto gli occhi, immobile. La seconda parte succede nell’isola dei morti: Cassandre, figlio suicida del re, accoglie via via sulla spiaggia una cugina, un cugino, una zio, il padre, una lontana cuginetta bambina: i dialoghi sono leggeri, strani, vivi di trepidazione. Pluton è dio degli Inferi e della ricchezza. Pensa il poeta che una fortuna trasmessa di generazione in generazione, così come precede irrevocabilmente la vita dei «fortunati», la sequestra e la cancella simulandola. Ma di là dalla morte – canti il poeta – i membri della dinastia incontrano la loro identità intera; accusano la remota nostalgia d’una vita perduta all’origine; si riconoscono nell’unicità preziosa delle povere persone che sono siate sulla terra. Finalmente come tutte le altre: grandissime.