Due miti torinesi, apparentemente lontani, si incontrano nel libro che qui si ripubblica: la collina, con le sue singolari e affascinanti dimore storiche, e l’antifascismo della cerchia ‘gobettiana’. Barbara Allason è autrice di un testo, le Memorie d’un’antifascista (1946), che dovrebbe circolare nella Scuola e nell’Università italiana, ed è fra le animatrici del cenacolo torinese di «Giustizia e Libertà». Ma il suo caso mostra bene che per considerare quell’antifascismo – coerente e coraggioso da parte della Allason – gli strumenti della politologia non sono sufficienti: insieme alla dottrina e all’ideologia occorre tener conto dell’indole, del costume. Più nitido ne emerge allora il nesso con un retaggio del Risorgimento italiano; e la domanda che, più o meno implicita, percorre le pagine della Allason: come ha potuto, la civiltà dal cui slancio si è prodotta l’Unità d’Italia, consegnare sé e il paese al Fascismo? Per questo, accanto alle Memorie, occorre leggere Vecchie ville vecchi cuori (1950): il libro reca vivida traccia di sentieri e angoli di una topografia storica trascurata, e si snoda per ‘stazioni’ e dimore di quella collina già cara a non pochi protagonisti del Risorgimento: a Cesare Balbo, a Silvio Pellico – di cui la Allason scrive una biografia –, a Massimo D’Azeglio: eredità di ville e ‘vigne’, di passeggiate e conversazioni, di prati, boschi e vedute del Monviso, che il Novecento vedrà rivisitata con altri riti e altri ideali. Al centro di questa nobile aneddotica, un’antica casa di famiglia, “Vigna Allason”, alla cui ombra – nell’itinerario storico e critico proposto, e negli allegati inediti e rari di cui l’edizione è corredata – trovano un denominatore comune i Sanssôssí di Augusto Monti, La casa in collina di Cesare Pavese, la Donna della domenica di Fruttero e Lucentini.