Questa biografia del poeta e traduttore Ippolito Pindemonte (Venezia, 1753-1828), scritta da Enrico Emanuelli giovanissimo agli inizi degli anni Trenta, è «un librino gracile, ma di una gracilità luminosa. Dove l’autore dipinge un suo ideale e una sua malinconia. Il poeta amico di Ugo Foscolo vi è descritto in forma altamente stilizzata. Quasi un archetipo. Si tratta di una biografia succinta, romanzata, basata essenzialmente sulle confessioni del protagonista intrecciate, caso per caso, con i suoi versi. Un libro medaglione, un ritratto da fine acquarellista, dove l’uomo con le sue piccole pene, i suoi entusiasmi, le sue dolci mollezze è al centro del quadro, mentre la storia scorre a lato, periferica, più o meno ininfluente» (Beppe Benvenuto). Ne emerge il ritratto certamente idealizzato ma godibile di un perfetto gentiluomo della sua epoca, buon letterato, uomo di cultura e al contempo bon vivant, che ha destato senz’altro la simpatia dell’autore e sulla scia anche quella del lettore.