Dalla cuna alla tomba la nostra vita è tutta una corsa. Ciascuno insegue, senza saperlo, quel sogno arcano di felicità che si porta dentro da sempre, nascosto nel fondo dell’essere: cerca a tentoni, mosso dalla sua anima inquieta, s’illude, sbaglia, si ritrae sconsolato, si rimette a cercare… La vita, allora, è la giostra del povero che tende la mano a un dono improbabile, al bicchiere d’acqua che gli spenga per sempre la sete. Per quante fonti abbiano alleviato la nostra arsura, si muore col desiderio pressoché intatto, beati se si arriva a comprendere, almeno, che solo nel cuore di Dio l’uomo potrà infine aver pace. Se la morte fosse davvero l’ultimo traguardo, l’«abisso orrido, immenso», dove tutto precipita, avrebbe ragione la scienza, che il moto perpetuo non esiste. Ma la fede promette un «premio / che i desideri avanza», dove il tempo sconfina nell’eterno e il moto in una danza intorno al Centro.