«Giorgio Calcagno è stato prosatore, romanziere, giornalista,ma soprattutto è stato poeta, “avvolto in metrica, avvinto indisciplina”. Tra Queneau e Perec, tra Almansi e Dossena, tra Eco e Bartezzaghi, tra Rodari e Primo Levi, paronomasie, parafrasi, paragrammi, metagrammi, epigrammi, leporeambi, omonimie, omofonie, il wit, il guizzo, il frizzo, l’acrostico, l’estro, il pungiglione, la trouvaille: il funambolico, umoristico, discolo e antidolorifico “lasciatemi divertire!” in cui Calcagno, con strategica spericolatezza, gettava la sua natura di jongleurben allenato» (Giovanni Tesio).

«Giorgio era uomo limpidamente spiritoso. Possedeva un talento rabdomantico per cogliere a volo il tratto rivelatore di un carattere, il lato comico delle cose e delle persone, e volgerlo in gioco verbale. Era un vero uomo di lettere, cioè di ricerca, che sapeva mettere a disposizione degli altri il suo sapere,profondo ma dissimulato, mai esibito. In più, la sua modestia andava di pari passo con il riserbo, la discrezione, la gentilezza. Lontano e anzi opposto a ogni tipo di esibizionismo presenzialistico, a ogni facile ostentazione di sé, come solo i liguri e i piemontesi spesso riescono a essere, Giorgio ha offerto ai suoi lettori le occasioni di un dialogo tanto più profondo quanto più discreto» (Ernesto Ferrero).