Mario Soldati non è soltanto un grande narratore. È un grande autore in quella prosa di memoria e testimonianza di civiltà e di sé che ha avuto, nella letteratura italiana, autori della statura di Emilio Cecchi, Mario Praz. All’origine di questa vocazione la tesi di laurea in Storia dell’Arte, che discute a Torino con Lionello Venturi nel '27; e nello stesso anno la stesura del Catalogo della torinese Galleria Civica d’Arte Moderna. Orizzonte evidente degli studi di Soldati è quello della Torino degli anni Venti, fra Venturi, Casorati, Gualino, e i giovani della generazione gobettiana. L’Introduzione di Giacomo Jori si propone tuttavia di retrocedere all’«irripetibile periodo che va dal 1870 al 1914» (Montale), alla stagione di tardo Ottocento e inizio secolo, tra De Amicis e Gozzano, la contestualizzazione più pertinente. Si coglierà così negli studi di Storia dell’Arte, nell’attenzione del giovane studioso alla luce dei paesaggisti dell’Ottocento, la matrice del suo cinema. E si vedrà come il Boccaccino, pittore cremonese d’inizio Cinquecento scelto quale soggetto di tesi, sia disegnato sì come un artista protorinascimentale, ma con tratti somiglianti al personaggio di un romanzo del Novecento, in quella scia gozzaniana su cui si pongono il Rubè (1921) di Borgese, e Gli indifferenti (1929) di Moravia.