Per parecchi decenni il pensiero di Leopardi è stato presentato dalla critica dominante nella forma di un razionalismo variamente progressistico. Tra i rarissimi studiosi che dissentirono da questa deformante interpretazione ideologica il più radicale e il più esplicito è stato Mario Andrea Rigoni. Nei suoi saggi, composti nell’arco di un trentennio, Rigoni dimostra che Leopardi accoglie e sviluppa, della cultura illuministica sulla quale si era formato, soltanto la parte negativa e distruttiva, interpretando anche lo sviluppo del sapere come eliminazione di errori anziché come acquisto di verità positive; che la sua convinzione della superiorità estetica e morale del mondo antico non viene travolta dalla rivelazione del pessimismo greco e latino né dalla coscienza che l’antichità è tramontata per sempre; che il suo implacabile materialismo intrattiene un paradossale rapporto col platonismo; che la sua trascurata quanto notevole riflessione antropologica, storica e politica è quella di un Machiavelli e di un Guicciardini dell’Ottocento; che il suo Zibaldone di Pensieri è un monumento saggistico-aforistico paragonabile soltanto alle Pensées di Pascal, al Dictionnaire historique et critique di Bayle, ai frammenti di Nietzsche; infine che egli giunge a un’inconsapevole e sorprendente sintonia, su molte questioni capitali, col Romanticismo tedesco ed europeo, pur non avendo niente in comune con l’idealismo né, in particolare, con l’utopia di una finale conciliazione dialettica del reale. Molte altre novità emergono da questi studi: si pensi alle consonanze con la riflessione di Freud sul tema del rapporto tra il piacere e la morte o alle tante “anticipazioni” dell’estetica di Croce che lo Zibaldone inaspettatamente rivela. Sottratto alle ipoteche ideologiche, come alle manie accademiche, il pensiero di Leopardi viene così restituito a quella vergine lucidità, a quell’ “ultrafilosofia”, che è sua propria e che sola consente di aderire alla reale fisiologia del mondo e della storia.