Nel 1931 il giovanissimo Guido Piovene – fresco autore del suo primo libro (La vedova allegra), elogiato da Giuseppe Antonio Borgese – collaborava al quotidiano milanese «L’Ambrosiano». In quella sede pubblicò una cinquantina di brevi lettere immaginarie a una ipotetica signora Edvige Salomon di Amburgo, dandole notizie per lo più sarcastiche sugli amici, sugli ambienti da lui frequentati (ad esempio, il circolo culturale «Il Convegno» o il caffè «Theobroma»), sui libri letti, sulle proprie riflessioni di vita. Il tutto a comporre un vivace feuilleton, felice nello stile, divertente e soprattutto malizioso. Perché, come sempre, Piovene traeva ispirazione da realtà a lui ben conosciute, alterando solo qualche dettaglio per fuorviare gli ignari lettori. Ma non le persone coinvolte, alcune delle quali ebbero modo di risentirsi (come i suoi amici Eugenio Colorni e Guido Morpurgo-Tagliabue). Questo accade specie nella prima parte dei Biglietti, perché a poco a poco il tema «milanese» viene accantonato, a favore di un fantasioso racconto «noir», che vede Piovene protagonista di pericolose avventure. I Biglietti del mattino sono qui pubblicati per la prima volta in volume, assumendo dunque il valore di un vero e proprio inedito.