Pubblicati nel «Resto del Carlino» tra il 1962 e il 1971, gli articoli di Giuseppe Berto rivelano, a una rilettura odierna, tutta la loro sconvolgente attualità, tale da far considerare lo scrittore di Mogliano Veneto già quasi un ‘classico’ del nostro Novecento. E cos’è un classico se non un Autore che non solo sa parlarci del suo tempo ma sa proiettarsi nel tempo, restando dunque sempre attuale? Sono anni cruciali sia per il Nostro sia per l’Italia, che si collocano proprio durante la stesura e la lunga revisione del Male oscuro (1964), romanzo che ebbe uno straordinario successo di critica e di pubblico, tanto da diventare un autentico ‘caso’ letterario (150 mila copie vendute solo nei primi 10 mesi di pubblicazione). Un decennio assai produttivo, che faceva seguito a un decennale silenzio dovuto alla nota malattia nervosa-depressiva dell’autore, nel quale si collocano, oltre al Male oscuro, varie altre opere di assoluto valore. All’interno di questo decennio, già di per sé fecondo sul piano narrativo (e anche cinematografico, se consideriamo la sua intensa attività di sceneggiatore), vanno appunto aggiunti i numerosi articoli, in forma perlopiù di ‘elzeviri’, scritti da Berto per «Il Resto del Carlino». Una lettura attenta di questi articoli permette, dunque, al di là del loro valore intrinsecamente letterario, di scandagliare la Stimmung bertiana di quegli anni rispetto a tanti e variegati temi di attualità, che vanno da quelli personali (la nevrosi e l’atteggiamento di Berto verso la religione, ricordi e divagazioni,psicoanalisi e scrittura) a quelli più generali sulla società italiana: costumi, politica, storia, evoluzione sessuale, cinema, teatro, e, pur sempre, la letteratura. A invitare lo scrittore al «Carlino» era stato Giovanni Spadolini (convinto estimatore di Berto), che ne fu direttore dal 1955 al 1968, prima di passare alla direzione del «Corriere della Sera» (1968-1972). Il quotidiano bolognese diventa pertanto non solo una naturale ‘palestra’ degli umori (e malumori) critico-creativi di Berto ma anche un’ideale e democratica tribuna attraverso la quale dialogare con se stesso e con i propri lettori. Sono temi che Berto tratta sempre con tono pacato, umano, (auto) ironico, limpido, indipendente e riflessivo, non distante del resto da quello che conosciamo dalla sua narrativa. Al ‘Bepi’, come veniva affettuosamente chiamato dai suoi amici più cari, mancava del tutto l’animosità aggressiva di certi suoi faziosi colleghi, maîtres à penser.