«Posso confessarle che mi ritengo non-poeta all’anagrafe, soltanto per pigrizia. Io non mi sono mai applicato a scrivere poesie per esercizio, sennò in fondo potevo essere uno come tanti altri; non il migliore del tempo, ma non dei peggiori». Gianfranco Contini autore di poesia, lirico acuto e sensibile, biografo in versi. Quello che ai più parve soltanto un perdonabile vezzo fu in realtà, agli occhi del diretto interessato, una vocazione letteraria irrinunciabile, qualcosa di profondamente radicato in lui sì da accompagnarlo per tutta la vita, dai banchi del Collegio Rosmini di Domodossola fino agli ultimi, difficili anni. Apparse sporadicamente tra il 1939 e il 1950, per lo più in riviste («Prospettive», «Belle lettere») o in volumi d’altri a circolazione limitata (Almanacco letterario della Collana di Lugano, Le maschere di Gonzato, Né bianco né viola di Orelli), le nove poesie edite si raccolgono qui per la prima volta, con introduzione e commento puntuale, nella speranza di dare finalmente voce ad un aspetto certo secondario – ma non per questo meno importante – dell’attività del grande filologo domese. «Per ora diranno che son le poesie di un critico (ma che vuol dire? E Sainte- Beuve?) ma molti si morderanno la coda. Ti rileggerò, ti rileggerò... Ne hai molte?». La curiosità di Eugenio Montale, qui in una lettera del 24 novembre 1939, dev’essere anche dei moderni lettori: chiedersi perché il curatore delle Rime di Dante o dei Poeti del Duecento (per non dire di molto altro) abbia sentito la necessità di scrivere della poesia equivale ad accogliere la sua umanità in un’ottica altra dalla vastissima produzione intellettuale, così come emerge nei tanti carteggi di cui si è venuti a conoscenza in anni recenti. L’invito è insomma a guardare Contini con gli occhi di chi, come Curzio Malaparte, Pino Bernasconi, Carlo Emilio Gadda o lo stesso Montale, lo ritenne a tutti gli effetti un poeta degno di tale nome.