Elegante, rubacuori e prodigiosamente ricco, Giovanni Pico della Mirandola può essere considerato il simbolo dell’inquietudine intellettuale del Rinascimento italiano. Perseguitato per le sue idee eretiche morì, forse avvelenato, a soli 31 anni. Aveva sognato una nuova sapienza universale, all’insegna della cabbala ebraica, che si vantava di aver scoperto, primo fra i cristiani. Mito e antimito si fondono nella sua avventura umana, segnata dalla passione per l’esoterismo e dalle molte frequentazioni ebraiche. La vicenda di Flavio Mitridate – convertito geniale, collerico e gaglioffo – fu del resto così fittamente intrecciata con quella di Pico da diventarne quasi un doppio deforme. Gli scritti del Conte restano come il capolavoro di un nobile cortese e insofferente, i cui colpi di testa hanno contribuito a ridisegnare la cultura occidentale. Nella Vera Relazione sulla Vita e i Fatti di Giovanni Pico Conte della Mirandola, Giulio Busi mescola le carte, mettendo assieme saggio e racconto storico. Il risultato è un esperimento espressivo che contamina generi diversi e unisce, anche nella forma (uso delle maiuscole, discorsi diretti, citazioni), un rigoroso esercizio di riscrittura del passato alle sfide di una nuova stagione dell’avanguardia. Un Accademico Virgiliano si è preso la briga di sottoporre alla verifica della filologia la gran mole di fonti su cui si basa la narrazione.