Spinto dalla premura d’individuare percorsi con cui fronteggiare le lacerazioni della modernità, Angiuli fa ricorso alle materie prime della pietas e di un tellurico vitalismo: risorse fondamentali per l’esercizio di un ethos elementare; strumenti laici di salvezza da opporre alle suggestioni dei pensieri negativi e alle sirene degli eden artificiali. Scrive Daniela Marcheschi nella postfazione: «Il titolo che Lino Angiuli ha scelto per questa nuova raccolta sottolinea l’energia di un intelletto e di un corpo sensibile che si protendono con decisione verso le cose e le parole, sapendo che a tutte queste si può dare forma. Proprio per una simile tensione di corporea fisicità, la sua poesia è fatta di concretezza, d’invenzione verbale e di un tono assertivo che non è molto comune nella letteratura italiana odierna».