Nel ritorno di Daniela Attanasio c’è una seria competenza sentimentale: comincia dalle belle passeggiate cittadine dove cemento e piazze si trasfigurano in incensieri che ostendono dettagli. Le parole rifondano un percorso di vivi e semprevivi, perché questa scrittura è conoscenza acquatica, infiltrante, espansiva, calma e lievemente attonita: Attanasio osserva il luogo multietnico e multicolore come se in lei agisse un mare mitologico e traboccante. Lo sguardo viene da un’isola dove esistere è l’avere amato e l’amore è il pasternakiano salvacondotto per tornare all’acqua, descritta con metafore bellissime pure quando scatena i suoi visceri azzurri in tempeste assai nere. I temi musicali del libro sono dunque l’amore e la sua memoria e la sua fine, veri gabbiani che dai cieli urbani richiamano Ginostra, piazzata al centro con una beatitudine frontale di metafore e capperi prostrati e pomodori al sole, con il mare che porta di peso nella dedica conclusiva ad Amelia Rosselli, Voce incagliata dall’evidenza della insufficienza di quanto è stato detto amore e tentata da una preghiera che induce alla supplica finale all’angelo e fa che il libro si chiuda su un gualcito papavero celaniano ma – sopra tutto – su una parola che nel corso del viaggio si è resa necessaria: cuore.
Maria Grazia Calandrone