Le ultime righe del suo Giovani Pico della Mirandola (1937) Eugenio Garin le dedicava a rimpiangere «il non mai edito volume pichiano degli "Scrittori d'Italia" del Laterza, annunziato nel gennaio del 1910, che avrebbe potuto riuscire prezioso di fronte alle scorrette edizioni cinquecentesche». Con l'eleganza che già gli era propria, Garin non lo diceva, ma dalla sua monografia, da quelle appendici dedicate agli scritti di Pico fino alla conclusiva nota bibliografica da cui abbiamo tratto la citazione, non emergeva chi avrebbe potuto assolvere a tale compito. Un compito per il quale, senza attingere a un'edizione critica, improponibile allora e impervia oggi, si sarebbe tuttavia dovuto rispondere alle rigorose esigenze che Benedetto Croce aveva fissato per quella collana e soprattutto ci sarebbe stato bisogno di un nuovo modo di considerare il Rinascimento italiano, da cui far discendere, come era avvenuto in altri termini per Bruno e per Vico, una nuova presentazione editoriale. Per Giovanni Pico, poi, si sarebbe trattato di un primum quasi assoluto nell'età moderna, per il quale era necessaria una svolta, un «rinnovamento», come è stato detto, degli studi rinascimentali che, depurando la figura del conte da «confuse astrattezze o, addirittura, dalle fumisterie», lo restituisse in un nuovo contesto ai suoi problemi. Questo in larga parte quanto Garin si proponeva con il suo giovanile Pico, dando avvio a quel singolare percorso dall'Illuminismo al Rinascimento, cogliendo, sono sue parole, «le radici di quelle correnti che alimentarono i moti illuministici» nelle «stesse esigenze che animavano il rinnovamento umanistico». (Maurizio Torrini)