A poco meno di cent’anni dalla prima pubblicazione, in un volumetto dell’editore Lapi di Città di Castello ormai introvabile, i Nuovi studi sulla Giuntina di rime antiche di Santorre Debenedetti conservano intatto il loro valore e il carattere di limpida lezione di metodo. Vincendo i pregiudizi tardo-ottocenteschi nei confronti delle edizioni a stampa con una stringente analisi linguistica, lo studioso giunge ad attribuire alla raccolta antologica di rime approntata dai Giunti, editori fiorentini, nel 1527, lo stesso valore dei manoscritti perduti su cui essa si fonda, e sancisce così definitivamente l’attendibilità di una testimonianza fondamentale per la storia della lirica dei primi secoli. È grazie alla Giuntina, se conosciamo la corrispondenza di Dante Alighieri con Dante da Maiano e l’intera produzione di quest’ultimo, che Debenedetti identifica con certezza mediante fruttuose ricerche d’archivio. Lo spoglio dei documenti dell’Archivio di Stato di Firenze permette inoltre di provare l’esistenza di altri poeti antologizzati (Salvino Doni, Cione Baglioni, Ricco da Varlungo) e di sgombrare il campo da insidiose omonimie. Il saggio contribuisce infine a illuminare la fisionomia degli editori, «semmai qualche volta […] ingannati, anziché ingannatori», e il loro modo di lavorare. Non meno istruttiva per il lettore, come sottolinea Cesare Segre nella Premessa, è la testimonianza di un’attività di ricerca vitale e di ampio respiro, solidissima nell’impianto e sempre creativa, capace «ogni volta [di] foggiarsi delle procedure dimostrative che s’imponevano con serena potenza, e non lasciavano spazio per considerazioni vacue o argomentazioni impressionistiche».