Metà degli anni Sessanta, Torino: sul fronte dell’arte da tempo ha preso forma l’attività della Galleria civica d’arte moderna, l’attuale GAM, con una politica espositiva di rilievo; nuove gallerie private stanno preparando la stagione della sperimentazione, dell’arte povera. Una illustre casa editrice assume un giovane, brillante filologo romanzo, di cui si accorgono anche nella redazione torinese del quotidiano «l’Unità». Nella capitale piemontese la critica d’arte avrà così un nuovo protagonista, Paolo Fossati. A fronte di un approccio tradizionale, fatto più di chiusure che di aperture, registrabile nel principale giornale cittadino, o del taglio garbatamente giornalistico dei commenti della seconda testata torinese, Fossati inaugura un modo diverso, analitico, saggistico, impegnato, moraleggiante e pedagogico di intendere il commento d’arte. Il tutto senza preclusioni, con una capacità di immedesimazione ermeneutica nel tema, nelle caratteristiche proprie di ciascun linguaggio, di ciascuna tendenza. Fossati ha solo ventisette anni ma può già contare su maturità e sicurezza di giudizio, retroterra culturale, acume e prosa sofisticata. La sua militanza a «l’Unità» si protrarrà fino al 1970. L’anno dopo il primo libro importante, L’immagine sospesa, dedicato all’astrattismo. A seguire i numerosi altri, tutti tesi a fare chiarezza sull’arte italiana del Novecento, di cui sarà il maggiore storiografo, fino alla morte prematura nel 1998. In questo volume è raccolto in sequenza cronologica un numero considerevole degli articoli scritti per «l’Unità». Essi costituiscono il laboratorio entro il quale Paolo Fossati è andato costruendo la sua identità di intellettuale e imminente saggista, protagonista di quell’Officina Torinese cui tanto deve la cultura italiana.