Uno spettro si aggira per l’Europa medievale. Il suo nome, Demagogo, è noto soltanto agli interpreti del maestro di ogni filosofo, Aristotele, ma le pagine della Politica che lo ritraggono sono incoerenti, ambigue: così diversi scrittori del Trecento gli prestano un'immagine a loro talento. Un grammatico perugino lo ritrae in un poemetto inedito sulle guerre tra guelfi e ghibellini, il cui regista è appunto il demagogo, ma su mandato di Satana. Per un cronista/enigmista fiammingo è un ras di provincia, dalla lingua lunga e dal gran seguito popolare. Un filosofo francese lo individua nel cugino del re, intento ad impadronirsi del trono di Francia, e lo fa ritrarre in una splendida miniatura mentre, come Giuda, tradisce il suo sovrano e insieme il suo popolo. Nel ’500 un esule fiorentino amico di Machiavelli lo riconosce nei ricchi mercanti che controllano la repubblica morente. Ma poi il prevalere degli studi umanistici e poi dell'assolutismo condannano il demagogo tra le tante parole greche incomprensibili, fantasmi da eruditi. Sennonché…Il 30 gennaio 1649 il re di Gran Bretagna Carlo I viene decapitato a Westminster e nel suo memoriale postumo qualifica i suoi avversari come demagoghi. Da quel momento la demagogia entra di prepotenza nel dibattito politico inglese, e più tardi è protagonista – ovviamente negativo – nella ribellione delle colonie americane. In Europa il demagogo arriva soltanto dopo e attraverso la Rivoluzione francese e dai suoi eccessi resta a lungo segnato: solo gli ingenui, dice Leopardi, la considerano una parola greca, ma viene dalla Francia e nell’Ottocento è il marchio degli arruffati epigoni della grande Rivoluzione. Soltanto con Weber e Gramsci la demagogia diventa quello che è oggi nella vita politica, cioè una potenza universale ma discreta, elusiva, mimetica. Al demagogo i filosofi della politica non hanno saputo opporre una terapia, e neppure ricostruirne la storia. Questa, infatti, è del tutto inedita.