Poco tempo dopo il passaggio dei Visigoti in Italia e il clamoroso episodio del sacco di Roma (410), allorché i barbari, risalita la penisola, sono passati in Provenza e in Aquitania, per terminare successivamente nelle Spagne il loro itinerario di scorrerie e devastazioni, l’aristocratico Claudio Rutilio Namaziano lascia l’Urbe per raggiungere in Gallia le proprie terre d’origine e sovrintendervi alle necessarie riparazioni. Benché a rigore «ritorno» alle terre native, il viaggio cui Rutilio si sente costretto assume le proporzioni di un trasloco e di un viaggio di addio – probabilmente definitivo – a una città (e a un universo) cui si è profondamente ed entusiasticamente legato. Rutilio sceglie di viaggiare via mare, e salpa da Portus in autunno, a quanto pare quello del 417. La stagione è sfavorevole, e Rutilio navigherà a ridosso della costa, con piccole barche e per piccole tappe. Di questo itinerario stilerà una sorta di diario in versi: quello che per noi oggi è il poemetto in distici elegiaci De reditu suo, in due libri, mutilo di pochi versi all’inizio e poi di quasi tutto il secondo libro. Trascorrono sotto i nostri occhi paesaggi e rovine, ricordi storici e mitologici venati di nostalgia, manovre navali e attriti con nuove realtà come quella del monachesimo. Il punto di vista è quello di un nobile pagano che osserva le ferite del suo mondo, confidando in una rinascita affidata ai valori tradizionali, di cui egli stesso e gli amici via via incontrati si presentano come depositari e custodi. Il De reditu suo è qui proposto nella nuova traduzione di Andrea Rodighiero, accompagnata da essenziali note di commento di Sara Pozzato. Il saggio introduttivo di Alessandro Fo, oltre a recuperare le principali coordinate poetiche e ideologiche del poemetto, traccia un’ampia panoramica della fortuna che il suo alone romantico gli ha procurato in Italia, fino a una recente rielaborazione cinematografica e alle varie e sempre differenti riscritture che continuano a inseguirne le risonanze con inesausta nostalgia.