Come si resiste in un posto desolato e selvaggio a 47 gradi di temperatura e 88 di umidità, dove si è stato deportato innocente incatenato con altri uomini, donne e bambini innocenti, nell'Italia fascista che si è appena messa d'accordo con la Germania per sterminare gli «stranieri nemici»? Come si esce vivo da quei terreni malarici e non ci si fa mandare ad Auschwitz? Come si sostiene da lontano una fidanzata complicata, disperata e dipendente rimasta sola a Roma? In quale poetico modo si crea un contatto che la rassicuri e l'avvicini più direttamente delle lettere, descrivendole lo stesso cielo stellato che possono vedere entrambi anche se lontani? E, inoltre, come si prova a convincere il censore che non si è poi così nemici? E al contempo, con quali mezzi si può radiografare la mente dei nemici supremi, Hitler, Mussolini? E, se si è la fidanzata di quest'uomo troppo magnetico e importante, come si fa non solo a fargli sentire un affetto adorante pur se con soprassalti di indipendenza, ma a imboccare tra mille ostacoli la strada che la porterà al salvatore del suo amore lontano? Sono le domande a cui tentano di rispondere queste lettere che si scambiarono Dora Friedlander ed Ernst Bernhard, lo psicoterapeuta berlinese collega di Jung, che era emigrato in Italia nel 1936 per fuggire dalla Germania nazista ma nel 1940 fu internato nel campo fascista di Ferramonti, in Calabria - un «campo buono», ma sempre campo con filo spinato e censura. Le lettere vedono la luce a 60 anni esatti dalla sua liberazione. Qui è Bernhard in persona che parla, col suo italiano mai completamente dominato.