«Il cinema è più diffusivo d’ogni stampato, più eloquente di Demostene, più caro al cuore degli umili che la parola del prete o del tribuno. Il cinema ha convertito il mugik in un ateo comunista, e ha fatto dimenticare agli inglesi la legge sacra del riposo domenicale». Ha solo 22 anni Antonello Gerbi, nel 1926, quando viene attratto dalla sirena del Cinema. Una presenza lampo, la sua, durata pochi anni, sufficiente tuttavia per fondare una moderna teoria dell’«ottava musa». E questo nel solco della tradizione idealistica crociana e delle coeve suggestioni europee. I suoi interventi, qui raccolti per la prima volta, sono apparsi sulle pagine di alcuni quotidiani, ma soprattutto sulla rivista «Il Convegno», fondata da Enzo Ferrieri. Con notevole anticipo sui contemporanei, all’alba del sonoro, Gerbi riesce a mettere a fuoco tutti i nodi centrali di quella che verrà consacrata come la vera Arte del Novecento. Un ruolo subito riconosciuto da intellettuali quali Eugenio Montale e Giuseppe Prezzolini, sensibili anche allo stile sottilmente ironico del giovane critico. Ecco un esempio della sua prosa, che vale quanto un’implicita dichiarazione di poetica. Dopo aver visto a Berlino alcuni violenti film espressionistici, così Gerbi conclude il suo articolo: «E ora torno a vedere Charlot che sa commuoverci senza mobilitare i cimiteri».