«Un classico non ha mai finito di dirci quel che ha da dirci», sosteneva Italo Calvino, che a Luigi Santucci – come rivela un carteggio incluso in questo volume – era legato da una stimolante amicizia. La tesi di Calvino assume, nel caso dell’ormai “classico” Santucci, una duplice valenza. La prima riguarda la perdurante ‘attualità’ di gran parte delle opere da lui pubblicate in vita, che l’editore Aragno si accinge a riproporre in forma organica. Il secondo aspetto della ‘classicità’ santucciana consiste nel fatto che dall’archivio dello scrittore sono riaffiorati fogli inediti di alto e talora altissimo profilo: testi che, raccolti da Marco Beck sotto il titolo I nidi delle cicogne, delineano una rete di consonanze con i capolavori della maturità su cui s’incentra l’esaustiva Introduzione di Ermanno Paccagnini. Si tratta di racconti, riflessioni, poesie, copioni teatrali in lingua e in dialetto milanese che dimostrano come in effetti Santucci «non finisca mai» di offrire doni di parole, pensieri, trame narrative a lettori vecchi e nuovi. Ma c’è di più. Un orizzonte di stupefacente profondità intellettuale e morale si distende intorno ai «colloqui epistolari» con amici, colleghi, maestri fra i quali si stagliano – oltre a Calvino – Chiusano, Pomilio, Prisco, Turoldo e persino un pontefice, Paolo VI. Ognuna di queste pagine, dunque, giustifica la stima testimoniata con vibrante affetto, nella sua Premessa, dal cardinale Gianfranco Ravasi: «In lui brillavano la luce dell’intuizione, la grazia divina dell’ispirazione, il fervore istintivo dell’invenzione».