Allontanatosi nel luglio 1527 da Roma, da due mesi esposta al Sacco delle armate imperiali, Paolo Giovio ripara a Ischia, dove è accolto da Vittoria Colonna e dalla sua cerchia. Si è lasciato alle spalle le immagini terribili di una Roma violata e umiliata, ha negli occhi la prigionia di Clemente VII, con il quale ha diviso gli stenti dell'assedio di Castel Sant'Angelo, e tra breve apprenderà che è divenuto ostaggio degli occupanti anche Gian Matteo Giberti, uno degli amici più cari. Ha perduto i beni, ma non gli scritti, perlomeno non le Historiae (benché altrove abbia affermato diversamente): sa che assai peggiore è la sorte toccata a molti. E quando la Colonna lo invita a scrivere, perché non vada perduto il ricordo di quella disfatta dolorosa e angosciante, Giovio stende nel 1528, e quasi sicuramente conclude – in una prima redazione - nel 1529, il Dialogus de viris et foeminis aetate nostra florentibus, in tre libri, dedicato al Giberti e ambientato a Ischia, nell'ultimo scorcio dell'anno precedente, l’atroce 1527. Nella fictio del dialogo, in parte ricalcata su dati biografici certi, Paolo Giovio incontra ad Ischia Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto e di Pescara, generale dell’armata di Carlo V, e di lì a poco Giovan Antonio Muscettola, senatore di Napoli. Con loro avvia, lungo l'arco temporale di tre giornate, una riflessione che, muovendo dalla coscienza della gravità della frattura segnata dal Sacco, coinvolge gli aspetti cruciali della crisi italiana (le ragioni della debolezza militare degli stati italiani nel libro I; le ragioni del declino della ricerca letteraria nel libro II; la fragilità dell' universo sociale signorile, compendiato nella bellezza e nella eticità femminile, entrambe evanescenti, nel libro III), componendo un inquieto affresco, dell'aristocrazia, militare e civile, e del ceto intellettuale della penisola. Un perplesso senso del destino – Fato prudentia minor, era il motto scelto da Giovio, con eloquente inversione di un verso virgiliano (Georg. I, 416) – che lo spinge a fermare sulla pagina, grazie ad un calcolato gioco di anacronie, una situazione di incertezza e ambiguità, nella quale esiti alternativi erano ancora aperti, ma ad un contempo la coscienza di quanto, dopo il 1527, fosse contrastata l’autonomia delle corti italiane, soggette a strategie politico-militari ormai decise altrove, fanno di queste pagine di rara intelligenza, un documento imprescindibile della percezione del mutamento storico nel ’500 italiano. Paolo Giovio, nel latino magnetico e tagliente che gli guadagnò l’ammirazione dei contemporanei, registra il fallimento delle categorie umanistiche, che non hanno retto all’urto della storia, assai meno razionale, assai meno esemplare di quanto si fosse creduto: «il sacco di Roma – scrisse Frances Yates – per opera degli eserciti del nuovo Carlo Magno è stata la risposta terribile della storia ai sogni degli umanisti italiani». E con l’isterilirsi della capacità di ‘presa’ sulla realtà, da parte della cultura dell’umanesimo, Giovio ne percepì genialmente l'inevitabile progressiva marginalizzazione nella società italiana sopravvissuta alla stagione delle ‘guerre d’Italia’. Questo dialogo, come vide Carlo Dionisotti «scritto da un uomo d’altra tempra e testa che i vari Giraldi e Valeriano, resta un documento fondamentale della storiografia letteraria italiana del Cinquecento».