Nel Dictionnaire des idées reçues, tra i lemmi «Traspirazione (dei piedi)» e «Tolleranza (casa di)», Flaubert  fa figurare «Talleyrand (principe di): indignarsi contro». L’indignazione contro Talleyrand è stata una ginnastica dello spirito, lo scarico di coscienza dei suoi contemporanei,così pure dei posteri. Tutti hanno assaporato il piacere di infierire su di lui. I temi sono sempre gli stessi: il tradimento, l’apostasia, la corruzione, il crimine. Sotto quest’uragano, Talleyrand non trema e non arretra. Imperturbabile come una sfinge continua a tessere la sua tela. Dal 1812 al 1838, quando è ancora immerso nelle affaires che un nuovo assetto daranno all’Europa, questo virtuoso della politica è parimenti impegnato nella stesura e nella riscrittura delle sue Memorie. Talleyrand non scrive per una sorta di rivincita postuma sulle sconfitte o sulle delusioni della vita, alla maniera di uno Chateaubriand o del Cardinale di Retz. Le sue Memorie non sono un atto di confessione o di testimonianza sul suo tempo. Come dice Albert Sorel, gli uomini come Talleyrand non compongono le loro memorie per il piacere di dire la verità. Essi intrigano ancora scrivendo, «è l’ultimo affare della loro vita ma è pur sempre un affare». Tra detto e non detto, tra rivelazioni e silenzi, tra mezze verità e mezze bugie, ci si deve dunque destreggiare, quando si ha che fare con un uomo che ha fatto della dissimulazione un’arte e una maniera di vivere, il segno di un calcolo e di una strategia. Queste Memorie sono fatte della stessa finissima pasta di cui è fatta la conversazione della società del regno Luigi XV. Le parole e le frasi lasciano intuire un senso ulteriore dietro a quello che dicono. Tutto vi trapela per allusioni e sottintesi. L’uomo complesso e successivo che è Talleyrand, «il più impenetrabile e il più indefinibile degli uomini», vi appare come il Gran Ciambellano della Storia. Come colui che si limita a siglare gli avvenimenti più che a farli. L’autore dell’ultimo colpo di pollice dato alle cose che decide del senso.