Fortezza del lupo è l’antico nome della cittadina ungherese di Szentendre, Ulcisia Castra, luogo magico nei dintorni di Budapest che ha il potere di preservare e contenere in sé «memorie / ch’altri tempi riportano alla mente / di case lontane, di utensili / d’oggetti minuti e preziosi / di paesi disseminati nella grande pianura / di rari pozzi, di carrucole e d’oche…». Rari pozzi dall’«atro fondo» della memoria, su cui immaginarie «carrucole» tirano su secchi ricolmi di lontane memorie risalenti a una specchiata superficie d’acqua che alimenta una fonte di suoni e di parole che si fanno verso scaltro e sapiente: le ‘lettere’ del titolo, è chiaro, non sono ‘missive’ a qualcuno, non è prosa epistolare verso un ben preciso – ancorché immaginario – destinatario, ma come nelle migliori sue prove, quelle di Marianacci sono episodi dell’anima resi in musica di parole, testi di poesia scritti e persi e ritrovati, ritorni di memoria di un Odisseo alla fonte della sua terra madre. Il tratto, come dire, comune denominatore della scrittura erratica ed errabonda (culturalmente e geograficamente) di Marianacci rimane quella sorta di tensione della memoria verso i paradisi d’innocenza dell’infanzia che, in alcuni casi e non troppo incidentalmente, coincidono con l’Abruzzo natio, con la montagna madre Maiella, luoghi dell’anima che riverberano tracce su tutto il resto del mondo e che, immancabilmente, si rivelano imprendibili e inafferrabili come i sogni.
dalla Postfazione di Angelo Piero Cappello