Scritto durante il suo esilio in Svizzera (1943-1945), questo saggio di Giorgio Scerbanenco – trovato e curato da Andrea Paganini – vede qui la luce per la prima volta in volume e viene ad arricchire l'articolato mosaico della produzione letteraria di uno dei più prolifici scrittori italiani del Novecento. Si tratta di un’efficace analisi della storia della psicologia popolare italiana di fronte al fascismo e alla Seconda guerra mondiale. L’autore, testimone diretto dell’attualità politica del suo tempo, sostiene l’esistenza di un divario profondo tra il sentire popolare italiano e la classe dirigente fascista, che egli condanna in toto: «È dai metodi di governo che si giudica un regime. Il fascismo si serviva della sbirraglia, dei ricatti, dei delatori per poche lire». Il giudizio è retto da un forte senso morale: il criterio per scegliere con chi schierarsi, afferma, deve basarsi sulla correttezza e sull’onestà, non sulla forza o sul successo. «Il fatto che l’errore trionfi potrà essere politicamente utile a chi lo sostiene, ma non vuol dire, moralmente, che non sia più un errore. Il fascismo e il nazismo possono anche trionfare, perpetuarsi per secoli, cambiare definitivamente il volto al mondo, ma questo non toglie che essi siano una pura barbarie che un uomo civile deve rifiutarsi di riconoscere, sia nel complesso che nei particolari, nel tutto come nelle parti». È significativo che dopo aver assistito a decenni di patriottismo trombonesco, cinico e violento, mentre l’Italia boccheggia trucemente, Giorgio Scerbanenco non esiti a incentrare il titolo del suo accorato saggio «semipolitico» su una parola logora e abusata – Patria – per riscattarla con la trepidazione di un figlio e per rianimare in lei un senso limpido e civile di fraternità. Le miserie e le indegnità enucleate da Scerbanenco, d’altronde, non sono riscontrabili solo nella specificità dell’Italia fascista, bensì potenzialmente sotto ogni sistema totalizzante. Concentrandosi sul comportamento delle persone, e non solo su questa o quella ideologia politica del passato, Patria mia assume un valore paradigmatico e non cessa di costituire un monito per i lettori del presente e del futuro.