L’Esposizione fu per molti mesi «il paese fuori del mondo»; ed è stato questo forse il suo fascino più grande e più sottile; l’uomo d’affari stanco di cifre e di parole, la donna angustiata dalle vicende famigliari, l’operaio e lo scrittore, la crestaia e la gran dama, tutti esulavano per qualche ora nella città fìttizia, come ad un refrigerio. E non per divertirsi affluiva la folla: un’esposizione non diverte mai nel senso comune della parola, tanto che si sente la necessità di ricompensare le fatiche del visitatore con un apposito parco dei divertimenti; la folla accorreva per ritemprare lo spirito in un ambiente nuovo, in un’atmosfera meno grigia di quella che circonda la nostra vita consueta. La città di stuoia e di cemento ci offriva il soggiorno inverosimile, senza miserie e senza necessità, realizzava il sogno del paese felice che tutti portiamo in noi con una nostalgia senza nome. Le amarezze dei giorni comuni restavano fuori del recinto e, quando con uno sforzo leggero s’era varcato il contatore d’ingresso, si aveva veramente il senso d’entrare in un mondo diverso, in un’aria più lieve, si provava l’infinito sollievo d’aver lasciato alle spalle, nella vecchia città duratura, una coorte di nemici: i pensieri importuni.