L’esordio di Luca Archibugi (nei «Quaderni della Fenice» diretti da Giovanni Raboni, nel ’79), poco più che ventenne, perturbò per la precoce maturità. Ma nel trentennio che è seguito il titolo di quella silloge, Capolavori della pigrizia, ha suonato ironico rimprovero a chi, come un certo personaggio di Landolfi, certificata l’eccellenza delle «prove di voce» s’è sempre rifiutato – come a occorrenza meschina – d’eseguire una buona volta la «romanza». A questo paradossale protagonista in absentia della propria generazione, così, era finora mancato un libro. È naturale che – nel far precipitare in un unico invaso tre decenni nei quali il brusìo sottile del verso, in effetti, non è mai cessato in sottofondo – la divaricazione di registri possa tradursi in eccesso di inclusività. Consapevole del rischio, per quanto possibile l’autore s’è allineato a una «quota» tonale: isoipsa espressiva che, nel vibrare degli armonici, lascia infine trasparire una figura d’insieme. I poli del libro sono la sezione «Quota madre», che ne è baricentro strutturale ed emotivo, e quella eponima, che ne sigla la cadenza d’inganno. Da un lato dunque – dal punto di vista dei «sopravvivi» – una poesia del lutto e dell’assenza dell’Altro (secondo la tradizione 'madre', è il caso di dire, della nostra lirica: talché non suonano di maniera certi echi di Montale). Di contro, una poesia dell’assenza – e quasi del lutto – di Sé. Non stupirà, nel drammaturgo e critico teatrale, la frequenza di ambientazioni e metafore prese dalla scena. Ma si noti: le figure predilette sono mimi, maschere, doppiatori. Il protagonista è fotografato di sfuggita, come a tradimento, mentre prende le distanze da un centro di sé sempre meno frequentato, sviante verso le periferie dell’essere. E la sua figura alla fine si staglia come calco vuoto, cavaliere inesistente sotto la patina del quotidiano («Di tante giacche è fatta / anche una vita»). Mentre la musica sul palco, come in certo Lynch, è solo permanenza spettrale di un’altra dimensione («è invisibile la banda»). Il dileguare è anche un diluire e dilavare. L’elemento acquatico non ha mai, qui, valore di purificazione; al contrario è scompaginazione e sfiguramento, anche laddove sia fisicamente assente («l’aria d’intorno come una piscina, / torbida»). I flashes e dediche da sardonico tombeur svelano a distanza, allora, il proprio cupo valore di memento. Se ci ha sfiorati un giorno «la dolce ala della giovinezza», essa può solo «sciogliersi », ora, «in congedo, / a tempo di musica». Le voci delle definitivamente Assenti, frantumate nella «pappa dei ricordi», si rivolgono a un «dileguante» che si rivela, ormai, un loro simile.
Andrea Cortellessa