L’Italia nel 2011 ha celebrato i 150 anni della sua unità, un traguardo sicuramente apprezzabile ma raggiunto in via piuttosto formale che sostanziale e che lascia ancor oggi scoperti nodi e problemi gravemente irrisolti, la questione meridionale in primo luogo. La scarsa partecipazione popolare al raggiungimento di detta unità; la poca lungimiranza dei ceti dirigenti; il fascismo come reazione a quella rivoluzione bolscevica che tante speranze aveva generato in tutta Europa; la brevissima primavera della Resistenza e della nascita dell’Italia repubblicana; il progressivo ritorno, grazie al cosiddetto miracolo economico, a una situazione di stasi e di corruzione non priva di rischi: ebbene: come reagirono a questo stato di cose i nostri maggiori scrittori, gli esponenti di quella narrativa – da Verga ad oggi – che costituisce sicuramente la forma più popolare dell’arte? Come si venne trasformando il romanzo a contatto con vicende storiche così problematiche? Questo libro ne vuole in certo modo essere la radiografia. Nella sua prima parte, ad emergere sono appunto i problemi storico-sociali. La questione meridionale, come già ricordato, con Verga e De Roberto; quindi l’età della belle époque col dannunzianesimo foriero delle frenesie fascistiche e con l’irrazionalismo di Pirandello e del pirandellismo o con la tematica dell’«uomo senza qualità» di un Italo Svevo; quindi ancora la critica alla borghesia, da parte di un Moravia o di un Gadda, a illustrare le miserie e le angherie dell’Italia mussoliniana. Più avanti, nel periodo a ridosso del secondo conflitto mondiale e nel corso dello stesso conflitto, con la sconfitta dell’hitlerisrno e dei suoi orrori (Primo Levi) si configura tutto un panorama narrativo che ondeggia tra l’adesione ai programmi di una futura società socialista e la sua repulsione (vincente) in nome di una rinnovata democrazia liberale; e quindi il mondo diviso in due parti con le inevitabili polemiche e la progressiva perdita di quel senso della Storia che fu anche una della ragioni per le quali la grande stella della Resistenza, che in Fenoglio ebbe il suo più alto cantore, scomparve presto dal firmamento del nostro futuro. La seconda parte del libro ha sì un andamento critico ma al contempo uno più informativo. Dopo un necessario quadro storico dell’Italia contemporanea dalla sua costituzione in repubblica ad oggi seguono, divisi in sezioni a seconda dei temi trattati, alcuni profili dei nostri maggiori scrittori contemporanei, da Calvino a Meneghello; e in questa parte, ove a prendere un notevole rilievo è anche la discussione sullo «scrittore di professione» (con le sue inevitabili implicazioni con le cosiddette leggi di mercato), si dà notevole spazio allo studio del nuovo fraseggio che il romanzo viene assumendo in stretto rapporto con gli ambienti evocati, contadini in un Camon o in un Meneghello, operai o intellettuali di sinistra in un Volponi, o borgatari come, clamorosamente, in Pier Paolo Pasolini.