Le Alpi sono sempre state un rifugio per devianze: dai catari ai valdesi, in età moderna, mutano le devianze, non il paesaggio. Le cose non cambiarono durante la seconda guerra mondiale, quando le Alpi accolsero la devianza fra le devianze che Hitler voleva estirpare dall’Europa. Ebrei di molte nazionalità - attratti, si potrebbe dire, da una legge di naturale gravitazione – puntarono verso le valli alpine. Un migliaio circa di loro si fermò in una ridente località turistica francese, St Martin Vésubie, e di lì, dopo l’8 settembre 1943, passò in Italia. Meno della metà fu internata in una ex caserma alpina a Borgo S. Dalmazzo e poi deportata ad Auschwitz il 21 novembre di quello stesso anno. Gli altri trovarono ospitalità e salvezza nelle valli del cuneese. Perché nella notte straniera? In un capolavoro della letteratura novecentesca, Giobbe di Joseph Roth, ci viene presentato l’incontro di Mendel l’ebreo e di Sameskin. Nel loro abbraccio si riassume il dialogo fra gli ebrei di St Martin Vésubie e alcuni dimenticati rappresentanti della civiltà contadina: «Tutto ad un tratto Mendel si sentì sollevato. Si strinse addirittura a Sameskin, come ad un fratello. D’improvviso cominciò a singhiozzare. Piangeva, nella notte straniera, accanto a Sameskin».