Nelle poesie di Natura morta, Paolo Ruffilli si cimenta in una serrata rappresentazione (ed analisi) sulla razionalità della natura e sulla naturalezza della storia: affronta la messa in cena dei processi biologici e fisici, vegetali e minerali, genetici e psicologici (tra i quali, prioritari, il calore e il movimento), a partire dal processo di nominazione della realtà dall’immaginazione come possibilità di spiegare i paradossi dell’esistenza quali il vuoto o il tempo. Ed è chiaro che anche per Ruffilli (che riprende la lezione dei pensatori immaginosi da Lucrezio ad Adorno) i processi naturali sono la prefigurazione (l’anticipata metafora) dei processi morali. Il modo, nel suo originale percorso sghembo che gli riconosceva già Montale rispetto ai poeti del nostro Novecento è «all’insegna del non dire, proprio per esprimere di più, in una specie di galleggiamento di piccole scaglie, piccole bolle che guadagnano la superficie salendo su in verticale dal fondo. E queste scaglie, nel loro minimo ingombro, nella loro rarefatta consistenza, riescono a rendere la realtà nella sua interezza, dentro il pensiero. Il tutto, a tinte nette; con una amabile secchezza e una sua dolcezza un po’ risentita. Nel distacco, dunque; senza nostalgie o, peggio, tremori. Ma con partecipazione».