Le dit du sourd et muet (ora tradotto per la prima volta in italiano, ma scritto dall’autore in francese, l’amata lingua di «Francia la dolce» appresa in gioventù, e divenuta, dopo l’esilio in terra di Francia a partire dal 1912, una vera e propria seconda lingua, e insieme un’altra anima, una seconda natura, una risonanza ulteriore della sensibilità e del pensiero) è l’ultimo romanzo di D’Annunzio (esteta raffinato, eroe militare, seduttore implacabile e sottilmente perverso, grande poeta e romanziere di formazione simbolista, vissuto fra Ottocento e Novecento, erede della grande tradizione italiana e nel contempo interprete originale del pensiero e del messaggio di Schopenhauer, di Nietzsche, di Wagner), e il suo più sentito e potente testamento spirituale, sebbene sempre contrassegnato da quella ricerca dell’artificio, della stilizzazione e dell’elaborazione formale che rappresentano per lui, paradossalmente, nella sofisticazione, nella mistificazione, nella maschera, la vera e più profonda autenticità. Siamo di fronte all’ultimo atto, all’estrema testimonianza, dolente e insieme affascinata, di un intellettuale europeo, dall’anima duplice, italo-francese, anzi molteplice, universale, ansiosa di abbracciare ogni esperienza, ogni realtà e ogni sollecitazione, bruciandole e sublimandole nel fuoco vivo dello stile. E tutto abbracciano queste pagine, vergate in un francese prezioso, arcaicizzante, raffinatissimo, tradotte con una prosa volutamente vicina a modi dannunziani: lo strazio cruento e fatale della guerra e del sangue come la morbida e vibrante sensualità, l’esattezza storica dell’ambientazione in un avventuroso e fiabesco medioevo come l’evasione esotica e sognante. Il protagonista (mitizzato alter ego dell’autore, figura proiettata in un medioevo quasi da Nome della Rosa, ricolmo e pullulante di misteri e di avventure) è uno studente di teologia che, sordomuto dalla nascita, riacquista magicamente e miracolosamente l’udito e la parola, scopre i piaceri amorosi, l’esaltazione artistica ed intellettuale, la folle e sanguinosa gioia guerriera del crociato che si scaglia contro gli infedeli e punisce senza pietà i traditori, l’orgoglio e la destrezza del cavaliere che seduce e possiede, quasi per sortilegio erotico, la bellissima ed esotica principessa sognata e bramata, infine la voluttà semplice, aurorale e limpida dell’acqua e del pane, simboli della sapienza, del nutrimento e della purificazione. Il lettore ha la sensazione di entrare in una cattedrale gotica, e affondare lo sguardo nella luce multicolore delle vetrate che lentamente, lungamente si immerge e si dissolve nella penombra, e seguire mentalmente la silenziosa musica, il tacito ritmo dei bassorilievi, dei capitelli e delle arcate, e vagare per gli spazi risonanti delle navate.
Matteo Veronesi