Entro il ‘secolo breve’ si può dire che non ci sia stato grande scrittore italiano, in versi e in prosa – da Svevo a Bontempelli, da Gadda a Calvino, da Levi a Bassani, da Meneghello a Parise, da Pavese a Fenoglio, da Sereni a Morante, da Caproni a D’Arrigo, da Pasolini a Testori, da Zanzotto a Raboni – la cui opera non sia attraversata da una filigrana più o meno rilevata, più o meno visibile a giorno. Una sottile linea rossa costituita dalla memoria della guerra, delle due grandi guerre che nel Novecento hanno solcato in profondità il territorio della Nazione, condizionandone in misura decisiva la storia e l’identità. È questo l’orizzonte permanente di cui tratta Giancarlo Alfano in questo libro denso, quasi doloroso e insieme limpido: che per la prima volta tematizza con decisione come centrale questo che non si può neppure dire un tema quanto un diagramma, una struttura segreta che davvero innerva la letteratura italiana del Novecento. Da un punto di vista psichico, e al di là delle biografie materiali degli autori più o meno direttamente coinvolti nei combattimenti, esemplare è sempre la figura del reduce – colui che ritorna dalla guerra. Perché in questa figura si condensa appunto il ritornare della guerra, l’intermittente sussultare della memoria involontaria nei luoghi del trauma: che resta ferita aperta nella mente e polo magnetico della scrittura. Tanto più rimossa e censurata quanto più radiante e radioattiva, la cesura della guerra continua a percorrere sotto pelle, infatti, la memoria del secolo. E se le vite degli autori ne sono state spesso irreparabilmente contaminate, le loro opere non hanno potuto evitare di nutrirsene: così facendosi sonde profonde nella materia vivente del tempo e dello spazio. All’indomani della sua morte, scrisse Pietro Chiodi di Beppe Fenoglio: «Forse per vivere bisogna dimenticare, ma certamente per capire bisogna ricordare».
Andrea Cortellessa