Né l’acredine del polemista né la nonchalance del conversatore si addicevano a Riccardo Bonavita. Quelle con lui erano interminabili, talora labirintiche, sempre nutrienti discussioni. All’indomani della sua tragica scomparsa, sul «Manifesto» ricordava Massimo Raffaeli la sua «radicata convinzione per cui il discorso sulla letteratura, e più in generale sulla cultura, non può né deve essere mai un monologo, bensì una vicissitudine dialogica, uno scambio e/o una cooperazione» (non è un caso che i lavori cui teneva di più fossero quelli svolti insieme ai suoi compagni di strada: la mostra bolognese La menzogna della razza, realizzata nel 1994, e il commento ai Paralipomeni della Batracomiomachia leopardiani, svolto nel 2002 insieme a Marco Bazzocchi). Ci si può allora chiedere come mai proprio l’autore che un’inveterata tradizione persiste a leggere solo in chiave monologica e ‘sublime’, Leopardi, dall’inizio alla fine sia rimasto al centro del cantiere intellettuale di Riccardo. Certo il suo è un Leopardi diverso da quello canonico, monumento impolverato dai riti dell’accademia e dal consumo scolastico. Un intellettuale dialogico, appunto. Che combatté in prima linea quelle che spaccarono l’Ottocento italiano come vere e proprie ‘battaglie’ (così, alla maniera di Kafka, sin dalla tesi di laurea Riccardo definiva il giovanile Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica). Ma ‘battaglie’ – nel corpo di una tradizione letteraria da rimettere continuamente in gioco, come allegoria continua di quelle ogni giorno vive nella società – erano appunto quelle critiche di Riccardo. Ha ricordato Giorgio Forni una mattina bolognese del ’92. Fra gli studenti che occupavano l’Università dove avrebbe dovuto parlare Ernst Nolte, in segno di protesta contro il suo revisionismo storiografico, c’era anche Riccardo. Distribuiva sorridente un volantino in cui campeggiava una delle tesi di Walter Benjamin – quella ricordata anche, qui, da Marco Bazzocchi –: «il compito del critico materialista» è «strappare la tradizione al conformismo che in ogni momento cerca di sopraffarla». Sopraffatto, purtroppo, è rimasto Riccardo. Ma gli scritti che ci lascia ci ingiungono di proseguire le sue battaglie.
Andrea Cortellessa