Personaggio unico, e oggi più che mai attuale, nella tradizione narrativa italiana, Paolo Volponi è stato, come egli stesso amava definirsi, il primo «scrittore dell’industria», vale a dire il primo acuto cronista della modernizzazione italiana, della sua utopia mancata e delle storture di cui ancora oggi facciamo le spese: la corruzione morale e politica, lo sgretolamento della coscienza di classe, il trionfo dell’anticultura televisiva. La letteratura è per Volponi, allora, prima di tutto un progetto etico-civile scagliato con l’obiettivo primario di aprire la strada a una nuova coscienza politica che ridefinisca il ruolo etico dell’uomo nel sociale. Da qui il suo insopprimibile sospetto su chi non intendesse la letteratura come politica, come scandaglio del vero, come supremo strumento emancipatore. In questa affascinante intervista concessa a Luigi Fontanella nel 1987 durante un soggiorno a New York, e che vede qui la luce per la prima volta, Volponi ripercorre le proprie tappe esistenziali e artistiche, sostenute dall’amore per la parola e dal costante impegno civile. Sotto la guida discreta dell’intervistatore, lo scrittore urbinate ci racconta il trasporto giovanile per i lirici greci, l’importante magistero di Pasolini, la produzione letteraria come «secondo lavoro», in margine alla carriera industriale e poi politica. Ci regala terse letture delle sue opere in versi e in prosa, da Le porte dell’Appennino a Con Testo a Fronte, da Memoriale all’ardua elaborazione di Le Mosche del Capitale (un romanzo che da anni si era portato «nella pancia»). Si abbandona a intriganti rievocazioni dell’intellighènzia italiana degli anni ’60 e ’70: le controversie attorno a Corporale, i rapporti tesi con il Gruppo ’63, gli interventi di Asor Rosa, Pasolini, Moravia.
Si è tentati di affermare, anche rischiando una certa ingenuità, che qui Volponi dimostra di essere tutt’uno con la sua scrittura. La sua è, infatti, una vera ‘confessione’ roussoiana (non per nulla modello ammirato) fatta di accese, umorali intuizioni, sottili giudizi-lampo (su Calvino, Morante e Delfini; sul fascismo; sull’America di Reagan), iperbolici sdegni e sfoghi accorati (contro i critici miopi, contro la degenerazione morale e intellettuale del presente): frasi nervose e compresse come molle che, appena rilasciate, sprigionano quell’incandescenza in cui non è difficile riconoscere l’autore di Corporale.
«Io ho scritto gli unici libri di contestazione del mondo industriale nella letteratura italiana», afferma lo scrittore con orgoglio. Possiamo solo aggiungere che la presente intervista non è che un’ulteriore, vibrante convalida proprio di questa passione contestataria, di quella inesausta indignatio che fa di Volponi il cronista più implacabilmente lucido della nostra storia recente.