Tra la fine della Prima guerra mondiale e la crisi economica del 1929, la democrazia parlamentare veniva attaccata per la sua incapacità di imporre regole all’economia: una tensione il cui odierno ripetersi rende di nuovo attuali il dibattito di ottant’anni fa. In quel contesto, Hans Kelsen – affermato giurista e teorico della democrazia parlamentare – venne fatto conoscere in Italia da Arnaldo Volpicelli, uno dei fascisti eretici raccolti intorno a Ugo Spirito e Giovanni Gentile nella Scuola di Scienze Corporative dell’Università di Pisa. La loro rivista «Nuovi studi di diritto, economia e politica» pubblicò vari articoli di Kelsen sulla democrazia perché, vi si affermava, pur non condividendone le opinioni «il nome di Kelsen è oggi troppo autorevole e discusso perché si possa non prendere atto delle sue teorie». Volpicelli proponeva di affiancare al parlamento democratico una camera delle corporazioni; anzi, secondo lui, le corporazioni fasciste avrebbero dovuto sostituire la proprietà privata. Per questo i fascisti ortodossi emarginarono il gruppo pisano accusandolo di ‘comunismo’. Invece nel 1930 gli articoli di Kelsen sulla democrazia, preceduti da due saggi critici di Volpicelli, vennero raccolti in un volume di cui si perse memoria. Esso viene qui riproposto come duplice testimonianza: da un lato, è un momento alto nello scontro fra democrazia parlamentare e corporativismo radicale; dall’altro, attesta la prima diffusione di Kelsen in Italia e costituisce l’unico libro in cui un italiano appare come coautore di Kelsen. Il presente volume è inoltre all’origine della raccolta italiana dei saggi di Kelsen sulla democrazia, giunta sino ai nostri giorni attraverso una decina di edizioni.