Quando nel 1936 Detlef Holz lo pubblicò presso una piccola casa editrice, Deutsche Menschen diventò in breve una leggenda. Quel piccolo libro, montaggio di materiali epistolari di uomini tedeschi, era la sinopia di un simbolico affresco letterario e umano che l’Europa, in particolare la Germania, sprofondando nella follia, aveva fatto a pezzi. Il libro di Holz doveva essere interpretato. Dal suo marginale appostamento, un quasi sconosciuto homme de lettre, voleva esemplarmente segnalare il criminale sciupio compiuto da una umanità in preda a distratte euforie. E suggerire l’usbergo, il graduale dietro cui alcuni uomini potevano ripararsi, difendendosi dalle periodiche follie di insensate moltitudini ostinate illusoriamente ad ascendere. Finendo poi con l’impiccarsi. Holz sperava che il fine del libro non fosse confuso. E neppure fosse ‘catalogato’ in un genere. Pretendeva che la sua opera fosse ‘il genere’, la traccia delle generazioni passate quale sovrana e nobilitante eredità. Ricordare per essere degni di continuum universale. Sapeva che il suo segreto lavoro letterario sarebbe affiorato quando tutto pareva ormai perduto. Prossimo all’infungibilità. Reso pubblico per consolare i pochi desolati a sopportare il peso dei drammi emulsionati da società che avevano smarrito il senso. Holz si era posto come dolente spettatore di un mondo prossimo alla catastrofe. Che poi vi fu. Al suo tempo tutte le premesse c’erano.