Considerato dall'amore stesso come necessario attestato del suo impegno etico e civile, all'indomani del suo ritorno in patria, il romanzo Ginevra o l'orfana della Nunziata è un'opera di vibrante denuncia, forse la prima di tal genere, non solo delle condizioni miserevoli, in cui versano gli infelici ospiti degli istituti di assistenza minorile, ma più in generale del destino cui sono inesorabilmente votati gli «esposti», «innocenti» o «trovatelli» che siano a partire dall'abbandono alla «ruota» del borbonico brefotrofio partenopeo della Santa Casa dell'Annunziata: un vero e proprio «documento umano, un reportage, su una realtà viva e concreta, di degrado materiale e morale della Napoli del 1835». Una storia «napoletana», dunque, in tempo reale e con le stimmate brutali e brucianti di una città dalle enormi contraddizioni, incentrata su uno dei capi saldi più ostentali della sua cultura e «civiltà», quello della cura e del rispetto dell'infanzia, che viene svuotato di credibilità attraverso la rappresentazione dell'inferno di un'istituzione dai foschi connotati.