Angelo Maria Ripellino pervicacemente ha voluto essere considerato un poeta: ma le sei raccolte da lui pubblicate nell'arco di poco più di un quindicennio, da Non un giorno ma adesso del 1960 alla finale Autunnale barocco del 1977, non sono valse a garantirgli in vita considerazione di poeta. Con sconcerto e amarezza di chi aveva concepito e amava la «letteratura come itinerario nel meraviglioso», proprio la tappa più ambita del suo stesso viaggio nella letteratura, la poesia, non gli veniva riconosciuta: e quel che era peggio, non per palese opposizione, per disaccordo di poetiche, per passionale intensità di dialettiche, ma semplicemente per indifferenza, trascuratezza, immediato oblio. Non molto meglio sono andate le cose dopo la sua morte nel 1978. Ripellino è rimasto l'eccezionale slavista, il fantasmagorico saggista di Praga magica, il suggestivo critico teatrale, il giornalista partecipe e dolente dell'invasione sovietica della allora Cecoslovacchia, il versatile uomo di cultura dalla scrittura mirabolante: tutto, tranne che il poeta. Nessuna delle sue raccolte fu mai riedita come tale, e la distrazione della critica solidamente si è protratta, con poche eccezioni. Ma i tempi stanno cambiando, i tempi sono cambiati. Un nuovo fervore intorno a Ripellino poeta si presagisce, si constata, si affacciano attese, prima non prevedibili, che vi si alimentano. Questo volume riunisce le due raccolte di esordio e l'estrema, uscita poco prima della morte (da ciò il titolo non d'autore, ma rispettoso della realtà, di Poesie prime e ultime), a cui si aggiunge una ricchissima appendice che grazie alle cure solerti di Antonio Pane, alla sua strenua vocazione di "cacciatore", può raggruppare un manipolo, non meno importante, di poesie «rare»: quelle pubblicate dall'autore nelle sedi più disparate, e sempre escluse però dalle raccolte, e quindi tanto più necessarie per una conoscenza senza lacune.