Incontro improbabile quanto pochi altri, quello tra Balzac e Picasso, i cui caratteri e la cui creatività tuttavia si intrecciano straordinariamente. Geni del loro mondo, prolifici in modo quasi esagerato (ma sempre straordinariamente all’altezza del loro ingegno), sono stati associati a un’impresa impossibile come quella del commento dell’uno all’opera dell’altro. La geniale idea fu di Abroise Vollard, il mercante d’arte che «governò» l’impressionismo, il cubismo e l’arte della prima metà del XX secolo, e volle utilizzare le incisioni di Picasso da apporre a un’edizione della novella balzacchiana nella quale si affronta uno dei misteri più affascinanti della vita creativa degli esseri umani: la tensione estrema e drammatica che l’autore vive nel suo immane tentativo di realizzare il «capolavoro», il sogno a cui ogni artista, nel suo ambito, aspira con tutte le forze e che in lui può anche trasformarsi in incubo. È del resto proprio ciò che succede a Frenhofer, il pittore seicentesco a cui Balzac fa incarnare il sogno della realizzazione del quadro «perfetto», nel quale la raffigurazione della sua modella raggiunge (dovremmo forse dire: supera!) i limiti delle umane capacità. Frenhofer crede di riuscirci, ma finisce invece per crollare e morire sotto il peso insostenibile della sfida impossibile. Picasso seppe parlare del suo secolo come nessun altro pittore al mondo ha saputo fare, dopo aver rivoluzionato il concetto stesso di «modello» che il pittore utilizza. Nel cubismo Picasso trova la forza per superare l’angustia della raffigurazione descrittiva a favore di un’introspezione inquieta, maliziosa e irrefrenabile, nella quale nulla può restare celato perché può venire aggredito e visto in una molteplicità stupefacente di piani di lettura. Probabilmente nessun altro artista avrebbe avuto il coraggio di misurarsi con un’impresa così disperata. E altrettanto probabilmente, infatti, le sue tavole non furono disegnate e incise dopo aver letto Balzac, ma scelte da Vollard come ideale commento al racconto di Balzac. Improbabile è infine l’incontro di questi due grandissimi artisti con il curatore di questa prima edizione italiana dell’opera (che era stata pubblicata per la prima volta in Francia nel 1931, e mai ristampata integralmente), che non è né un critico d’arte né un professore di storia letteraria, ma uno studioso di relazioni internazionali, che le ha analizzate sotto molteplici punti di vista e prospettive, imbattendosi nella guerra tanto quanto nel terrorismo, nella teoria della società civile internazionale quanto nel sogno della democratizzazione dei rapporti tra gli stati – non capolavori sconosciuti, ma sogni probabilmente irrealizzabili, almeno per ora. Il volume è arricchito da un saggio sulla grafica di Picasso, di Brunella Pelizza, e dal testo, bilingue, de Il capolavoro sconosciuto (ritradotto dal curatore).