Il massimo poeta in dialetto, anzi un gigante della nostra letteratura: addirittura l’unico che possa degnamente paragonarsi a Dante. Tale è Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) per l’autore di questo libro, che raccoglie i frutti degli ultimi vent’anni dei suoi studi su quel grande, del cui genio si accorsero Gogol e Sainte-Beuve, ma che rimase clandestino nella vita condotta all’ombra del Cupolone, nel crepuscolo dello Stato pontificio. Il suo Commedione di duemila e più sonetti, così romanesco e così universale, viene qui indagato con il binocolo e con il microscopio, attraverso saggi storico-critici che lo contestualizzano, e ricerche che mettono a fuoco le idee di fondo del poeta e dei suoi personaggi plebei, talvolta maschere indossate dall’autore, più spesso distanziate e autonome alterità. Le letture in profondità di sonetti-capolavoro, poi, rivelano la perizia formale e la straordinaria inventiva di un poeta dell’età romantica, ma che anticipa il realismo con l’affresco antropologico della plebe di Roma cui dà voce, e perfino lo oltrepassa con punte di modernità surrealistica e visionaria. D’altra parte la meditazione che affiora nelle forme del grottesco colloca il poeta dei Sonetti nel solco senza tempo del pessimismo esistenziale, dal biblico Ecclesiaste al contemporaneo e compatriota Leopardi.