Quando avviene il vivo di una voce, questa dirama in altre voci e si moltiplica: per gemmazione spontanea, primaverile. Ma, perché avvenga questa filiazione, bisogna essere stati a nostra volta abitati da vivi dalle voci di altri e bisogna aver provveduto, a nome di tutti, a mantenere oliata la macchina della voce umana. La coralità implicita nella poesia di Pagliarani, il suo volere assumere (mai riassumere) gli altri in una voce che riusciva “oggettiva”, è a nudo in questo volumetto di dediche e omaggi di settantatré fra amici, allievi e compagni di strada, quasi che, al momento del dolore, molti dei maggiori critici e scrittori di oggi si siano incamminati ad abbeverarsi alla fonte morale di un’intera lezione poetica e si siano sentiti incaricati, in molti, del suo cuporadioso segreto. E com’è ben descritto, come si risente! in queste pagine – fatte di mescolanza alfabetica di prosa e poesia – il moto ondoso e seminale della voce dell’amico e maestro: fisica, tellurica, percussiva. Dagli acrostici agli echi platonici, emerge il ricordo della poesia morale e corale – e per ciò mai definitiva, sempre da “fare” – del più realista tra i Novissimi, quello che camminava dentro la protettiva nudità del mondo, nella realtà tirata fino all’osso ideologico, senza bisogno di maschera lirica. Sue manifeste compagne furono la citatissima pipa e la famosa voce, anarchica e corporale, grazie alla quale Pagliarani portò in scena la musica babelica della metropoli e, dentro il ritmo urbano: una ragazza, studenti, merci, animatori: una realtà tridimensionale nella quale sarà sempre necessario riporre la piena, vitale, analitica e laica fiducia che Pagliarani riponeva in essa.
Maria Grazia Calandrone