La nuova raccolta di Gian Maria Annovi situa il suo autore non più nell’indistinto futuro delle promesse poetiche, ma con forza nell’oggi, confermando le aspettative suscitate da Kamikaze (e altre persone) (2011) e, prima ancora, da Terza persona cortese. Reality in sette visioni (2007, Premio Russo- Mazzacurati). Miscellanea di testi scritti tra l’ottobre 2002 e, simbolicamente e retroattivamente, la data liminale del 10 settembre 2001 – estremi temporali che corrispondono ai finisterrae geografici di Los Angeles e New York – Italics riprende serie inedite e parzialmente inedite. All’eterno, raggelato gioco delle personae/maschere e dei soggetti fissi nella loro interlocutorialità, che accompagna da sempre lo scrivere infinitamente rastremato, asintotico di Annovi, si accompagna qui il senso dello straniamento spaziale e temporale, più sottile dello sradicamento ma suo comunque affine, che in modo diffuso possiamo collegare anche allo stato migrante del suo autore negli Stati Uniti: al suo essere in fuga in una distanza che si trova inevitabilmente, nell’era del tempo reale/reality, contaminata di prossimità. Italics, in anglo-americano, è l’espressione che indica il corsivo tipografico, ma che qui s’innesta come indicazione di un’altra voce, di un tono distinto (privato?) e/o di un rimando ironico all’origine, a sua volta stratificata, fatta palinsesto, resa altra o perduta sullo sfondo di quella frontiera rivoltata all’interno che sono gli Stati Uniti oggi, tra Manhattan e «Los Angeles, l’oceano mediatico, il deserto». Del resto, come scrive Annovi nelle Note, il titolo vuole alludere «alla condizione d’isolamento di chi si trova a scrivere in un contesto alloglotto: l’italiano esiste qui come percepita alterità. Lingua in fuga dallo scrivente, in qualche modo straniera». La lingua madre, la matria, si rovescia nel suo contrario.
Laura Pugno